Lo amavo? Un giorno io e te dovremo discutere un poco su questa faccenda chiamata amore. Perché, onestamente, non ho ancora capito di cosa si tratti. Il mio sospetto è che si tratti di un imbroglio gigantesco, inventato per tener buona la gente e distrarla. Di amore parlano i preti, i cartelloni pubblicitari, i letterati, i politici, coloro che fanno all’amore, e parlando di amore, presentandolo come toccasana di ogni tragedia, feriscono e tradiscono e ammazzano l’anima e il corpo. Io la odio questa parola che è ovunque e in tutte le lingue. Amo-camminare, amo-bere, amo-fumare, amo-la-libertà, amo-il-mio-amante, amo-mio-figlio. Io cerco di non usarla mai, di non chiedermi nemmeno se ciò che turba la mia mente e il mio cuore è la cosa che chiamano amore. Intatti non so se ti amo. Non penso a te in termini di amore. Penso a te in termini di vita. E tuo padre, guarda: più ci penso, più credo di non averlo mai amato. L’ho ammirato, l’ho desiderato, ma amato no. Così coloro che vennero prima di lui, fantasmi deludenti di una ricerca sempre fallita. Fallita? A qualcosa servì, dopotutto: a capire che nulla minaccia la tua libertà quanto il misterioso trasporto che una creatura prova verso un’altra creatura, ad esempio un uomo verso una donna, o una donna verso un uomo. Non vi sono né cinghie né catene né sbarre che costringano a una schiavitù più cieca, a un oblio altrettanto cieco dei tuoi diritti, della tua i dignità, della tua libertà. Guai se ti regali a qualcuno in nome di quel trasporto. Come un cane che annaspa nell’acqua cerchi invano di raggiungere una riva che non esiste, la riva che ha nome Amare ed Essere Amato, e finisci neutralizzato deriso deluso. Nel caso migliore finisci col chiederti cosa ti spinse a buttarti nell’acqua: lo scontento di te stesso, la speranza di trovare in un altro ciò che non vedevi in te stesso? La paura della solitudine, della noia, del silenzio? Il bisogno di possedere ed essere posseduto? Secondo alcuni è questo è l’amore. Ma io temo che sia molto meno: una fame che, una volta saziata, ti lascia una specie di indigestione. Un vomito. E tuttavia, tuttavia, deve pur esserci qualcosa in grado di rivelarmi il significato di quella maledetta parola, bambino. Deve pur esserci qualcosa in grado di farmi scoprire cos’è, e che c’è. Ne ho tanto bisogno, tanta fame. Ed è in questo bisogno che penso: forse è vero ciò che ha sempre sostenuto mia madre. L’amore è ciò che una donna sente per suo figlio quando lo prende tra le braccia e lo sente solo, inerme, indifeso.  Almeno fino a quando è inerme, indifeso, lui non ti insulta, non ti delude. E se toccasse a te farmi scoprire il significato di quelle cinque lettere assurde? Proprio a te che mi rubi a me stessa e mi succhi il sangue e mi respiri il respiro?

Un indizio esiste. Gli innamorati lontani si consolano con le fotografie. Ed io ho sempre in mano le tue fotografie. È diventata ormai un’ossessione. Appena rientro in casa agguanto quel giornale, calcolo i giorni, la tua età, e ti cerco. Oggi hai compiuto sei settimane. Eccoti a sei settimane ripreso di spalle. Come sei diventato bellino! Non più pesce, non più larva, non più cosa informe, sembri già una creatura: con quel testone calvo e rosa. La spina dorsale è ben definita, una striscia bianca e sicura nel mezzo, le tue braccia non sono più protuberanze confuse né pinne ma ali. 
Ti sono spuntate le ali! 


Oriana Fallaci - Lettera a un bambino mai nato

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